16 novembre 2006

Broadcasting, diplomazia, propaganda

Si tiene oggi presso la George Washington University di Washington un forum sul broadcasting internazionale organizzato dal Public Diplomacy Council, una organizzazione no profit federata con l'ateneo americano e dedicato allo studio del ruolo della public diplomacy nella politica estera di una nazione. Potremmo definire la public diplomacy come una forma nobile di propaganda, una azione di diplomazia non rivolta alle stanze chiuse del potere e delle specifiche autorità politiche ma all'opinione pubblica generale delle nazioni con le quali si vuole instaurare una relazione, un dialogo. In questo senso le trasmissioni radiotelevisive dirette all'estero fanno parte della public diplomacy. O no? Nel senso: fare informazione è public diplomacy, o se vogliamo metterla in un altro modo: l'informazione rivolta all'estero deve essere in linea (addirittura condizionata) da una politica estera decisa da un governo? Per il programma del forum si può consultare il sito del PD Council ma vi suggerisco anche la lettura di un bel saggio di Kim Andrew Elliot, autore di un blog che analizza la funzione del broadcasting internazionale nella diplomazia "aperta". In un articolo appena pubblicato sul sito dello USC Center for Public Diplomacy, "Put the news here and the propaganda there", Elliott sostiene che le trasmissioni di una fonte giornalistica come Voice of America non dovrebbero essere utilizzate a scopi puramente "propagandistici" ma mantenere la corretta distanza e l'obiettività proprie, appunto, di una testata giornalistica. Il saggio è troppo lungo per essere riportato qui, ma vale davvero la pena darci un'occhiata.

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